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Anche il mio blog, nel suo piccolo, aderisce allo sciopero dei blog, a favore della libertà di informazione online.

Saluti
Andrea
Articolo di oggi.
Lirio Abbate, “Minacce della mafia a Berlusconi:
giallo su una lettera dell’89″
I boss mafiosi nei primi anni Novanta minacciavano Silvio Berlusconi e i suoi familiari perchè volevano avere «a disposizione» una della sue reti televisive. La richiesta sarebbe stata fatta all’allora imprenditore della Fininvest, ancora lontano dalla politica, attraverso una lettera che sarebbe stata scritta dai «corleonesi». Questa missiva, vergata a mano, è adesso agli atti dei pm della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, ed è stata sequestrata insieme alle carte personali di Vito Ciancimino, l’ex sindaco mafioso della città, amico fidato di Bernardo Provenzano, e referente politico dei corleonesi di Totò Riina. I documenti erano nascosti in un magazzino a Palermo. La lettera è stata sequestrata dai carabinieri nel febbraio 2005 durante la prima perquisizione a cui è stato sottoposto il figlio di Vito Ciancimino, Massimo, condannato a cinque anni e otto mesi per riciclaggio. E dal verbale redatto dai militari dell’Arma, a firma del capitano Angeli, si legge: «Parte di foglio A4 manoscritto, contenente richieste all’On. Berlusconi per mettere a disposizione una delle sue reti televisive». Il pezzo di carta è strappato nella parte iniziale, il testo è incompleto, e ciò che si legge è un «invito» a Berlusconi affinchè accolga le richieste che gli sono state fatte, «altrimenti dovrà essere compiuto il luttuoso evento».
Sullo scenario giudiziario che si apre, prendendo spunto dal documento fino adesso inedito, i magistrati della Dda, Antonio Ingroia e Nino Di Matteo, hanno avviato un’inchiesta riservatissima. Sono stati fatti interrogatori e altre persone devono essere convocate. E’ stato sentito anche Massimo Ciancimino, che da quasi un anno collabora con diverse procure, rendendo dichiarazioni ai pm sull’economia mafiosa e intrecci con la politica. E proprio a Ciancimino i pm hanno mostrato questa lettera durante un interrogatorio. Il dichiarante sarebbe rimasto sorpreso nel vedere nelle mani dei magistrati quel documento – di cui gli avrebbe parlato il padre – che pensava fosse stato smarrito fra le tante perquisizioni subìte, o nei traslochi che ha effettuato. E invece era lì. Fra le carte processuali – ancora a disposizione della procura – che fanno parte del processo in cui è stato condannato per riciclaggio. Su questo procedimento è in corso l’appello, e dunque la procura ha inviato alla Corte una copia del documento.
Intanto i pm hanno già disposto accertamenti, uno dei quali ha verificato che la missiva sarebbe stata scritta intorno al 1991. Una perizia calligrafia avrebbe escluso che sia la scrittura di Vito o Massimo Ciancimino, e gli inquirenti vogliono far esaminare la grafia di alcuni uomini di fiducia di Riina. Dalle ipotesi investigative emergerebbe che il messaggio è stato scritto dai corleonesi (la grafia è facilmente leggibile e non presenta errori di grammatica), che sarebbe stato girato a Provenzano, per poi passarlo al suo amico Vito Ciancimino. Quest’ultimo avrebbe avuto il compito di comunicare a «un referente» il messaggio per Berlusconi. A questa vicenda gli inquirenti potrebbero collegare una telefonata intercettata il 17 febbraio 1988 fra Berlusconi e Renato della Valle, immobiliarista milanese amico del premier. Lo scenario in quel periodo era quello dei rapporti difficili tra Cosa nostra ed alcuni soggetti del Psi con i quali era intervenuto l’accordo elettorale del 1987, di cui ha parlato il pentito Nino Giuffrè.
Nella telefonata a Della Valle, Berlusconi confida che: «C’ho tanti casini in giro, a destra, a sinistra. Ce n’ho uno abbastanza grosso, per cui devo mandar via i miei figli, che stan partendo adesso per l’estero, perchè mi han fatto estorsioni… in maniera brutta». Berlusconi spiega che si tratta di «una cosa che mi è capitata altre volte, dieci anni fa, e… sono ritornati fuori». Poi aggiunge: «Sai, siccome mi hanno detto che, se entro una certa data, non faccio una roba, mi consegnano la testa di mio figlio a me e espongono il corpo in piazza del Duomo…». La lettera trovata fra le carte di Vito Ciancimino potrebbe dunque essere collegata a questa intercettazione in cui Berlusconi denuncia di aver ricevuto pesanti minacce, che riguardavano i suoi figli. In quel periodo, erano gli anni Ottanta, come dieci anni prima, Cosa nostra aveva aumentato la posta, e lo aveva fatto nell’unico modo in cui era in grado di fare, con la violenza.
(La Stampa, 3 luglio 2009)
Tralasciando il fatto che il ricatto comprendente minacce di morte ai figli (con tanto di pubblica esposizione in piazza!) venga semplicemente classificato dall’ineffabile Berlusca con la dicitura “casino abbastanza grosso”, colpisce in particolare una delle norme approvate ieri dal Senato nell’ambito del ddl sulla sicurezza, da Berlusconi “fortemente voluta”.
Precisamente, quella che prevede l’interdizione dalle gare d’appalto per gli imprenditori che non denuncino le richieste di pizzo.
Come come? Lui che non si è manco curato di denunciare la lettera minatoria pervenutagli nel 1989 (tant’è vero che è stata fortuitamente ritrovata, in parte, tra il materiale sequestrato in casa Ciancimino nel corso di una perquisizione) si permette ora di sanzionare chi subisce estorsioni? Lui che dichiarò ai carabinieri che se Mangano gli avesse chiesto direttamente 30 milioni, invece di mettergli una bomba al cancello di Arcore (bomba che in realtà fu messa dai Santapaola), lui glieli avrebbe pure dati, ora stigmatizza con sittanta veemenza la volontà di qualche imprenditore di quelli suddetti di non vedere i propri cantieri bruciati in circostanze misteriose, se non peggio? Mah…
Andrea
No, non è un gruppo di Facebook. 
Mi riferivo a coloro che si scandalizzarono al sentire dei (presunti) mafiosi di Bari scarcerati recentemente, in quanto il giudice non aveva depositato la sentenza nei tempi previsti. Me compreso.
Una volta di più, ho ricevuto la conferma che parlare perché si ha la lingua in bocca non è mai una buona idea, e sempre più spesso è necessaria una cultura notevole, per potersi dire informati sui fatti del nostro quotidiano.
Riporto quanto scritto da Bruno Tinti, Procuratore aggiunto presso la Procura di Torino, nella rubrica che cura sul blog della casa editrice “Chiarelettere”. L’ho trovato brillante e illuminante.
Ai tempi del Re Sole
Ai tempi del Re Sole, quando si voleva mandare una persona in prigione, si chiedeva al competente funzionario (che, a seconda del rango della persona da imprigionare, poteva essere un magistrato, un ministro o anche lo stesso Re Luigi) un provvedimento chiamato “lettre de cachet”. Si trattava di un foglio, nemmeno tanto elegante, sul quale c’era scritto che Modestino Sfortunato o il Duca de La Disgrazia dovevano essere portati in prigione e lì rimanere fino a nuovo ordine. Conti, duchi e principi finivano così alla Bastiglia o in altri sperduti castelli del regno e lì restavano per mesi, anni e qualche volta tutta la vita. I poveracci, poi, nessuno sapeva nemmeno dove finivano. Semplice ed efficace come sistema.
Poi le cose sono cambiate e adesso, per mandare una persona in prigione, bisogna che un Pubblico Ministero chieda a un Giudice per le Indagini Preliminari di arrestarla. Naturalmente il problema non è solo mandarcela in prigione, questa persona, bisogna anche tenercela; e un Tribunale (o un Giudice dell’Udienza Preliminare, è uno dei vari complicati sistemi del nostro dissennato ordinamento processale) le deve fare un processo, la deve dichiarare colpevole e deve emettere una sentenza di condanna a un certo numero di anni di galera. Poi questa sentenza deve essere confermata da una Corte d’Appello e dalla Corte di Cassazione. Totale: da 10 a 13 giudici impegnati a lavorare sul caso.
Già detta così, si capisce che, al giorno d’oggi, mandare qualcuno in prigione, e soprattutto tenercelo, è un po’ più complicato di quanto non lo fosse ai tempi del Re Sole.
In realtà è molto più complicato; perchè a quei tempi chi firmava la “lettre de cachet” non spiegava affatto perché il malcapitato doveva andare alla Bastiglia; c’era solo l’ordine di portarcelo ma il perché non lo sapeva nessuno.Oggi, naturalmente, bisogna spiegare bene perché un cittadino deve essere arrestato; perché è colpevole dei reati che gli sono attribuiti; perchè è giusto che la pena sia di anni 20 e non di anni 10; perché i giudici di primo grado hanno avuto ragione a condannarlo e a dargli 20 anni; perché i giudici di appello hanno avuto ragione quando hanno confermato la sentenza del Tribunale. Insomma, oggi le decisioni dei giudici debbono essere motivate.
Questa cosa della motivazione pare sottovalutata da tutti. Quando si parla di giustizia, e in particolare di giustizia penale, sembra che i problemi riguardino solo l’indagine del PM, il processo, l’udienza, le notifiche, le intercettazioni, i sequestri, le perquisizioni, i rapporti con gli avvocati e via dicendo. Nessuno che si chieda: ma, dopo che il giudice ha letto in aula un foglietto su cui c’è scritto che Fiero Farabutto è stato condannato a 20 anni di reclusione, che succede? Finisce tutto lì?
Eh no che non finisce lì, poi bisogna spiegarlo perché si è presa questa decisione; bisogna scrivere la sentenza. Questo fanno i giudici tutti i giorni della loro misera vita: scrivono sentenze.
Come ho detto non ci pensa nessuno a questa cosa: Brunetta vuole i tornelli per costringere i magistrati a stare in ufficio e fare più udienze e anche più lunghe: non debbono smettere alle 14,30, avanti ad oltranza. I cittadini, opportunamente ammaestrati, ce l’hanno con questi giudici fannulloni che smettono di lavorare alle due del pomeriggio e poi se ne vanno a casa; e hanno anche un sacco di ferie.In verità l’immagine del processo penale che hanno gli incompetenti (nel senso di persone che hanno competenze diverse da quelle giudiziarie) è quella trasmessa da film e libri: la giuria entra in aula e dichiara l’imputato colpevole: il giudice gli dice che dovrà scontare 20 anni; e poi tutti a casa, meno l’imputato che va direttamente in prigione. Chiasso finito. Solo che questa cosa succede davvero nei film, nei libri e negli Stati Uniti d’America, dove giudici e giuria non emettono sentenze, emettono verdetti: appunto una dichiarazione di colpevolezza non motivata. In Italia questo non è possibile: la decisione (il verdetto) va motivato; bisogna spiegare. E’ a questo che serve la sentenza.
Il fatto è che spiegare è una cosa complicata: è come scrivere un libro. Bisogna raccontare tutto quello che è successo, poi bisogna esporre tutto quello che hanno detto i protagonisti (gli imputati, le parti offese, i testimoni, la polizia, i periti); poi bisogna spiegare perché quello che hanno detto alcuni è ritenuto attendibile e veritiero mentre quello che hanno detto altri sembra falso; poi bisogna analizzare le argomentazione degli avvocati difensori, se è necessario (lo è quasi sempre) bisogna confutarle: “non può accogliersi la tesi del difensore dell’imputato, smentita com’è dalle dichiarazioni di Tizio, confermate da quelle di Caio e dai documenti che sono conservati nel faldone numero 37, al fascicolo numero 151, pagine da 23 a 31 e da 147 a 148”. Poi (stiamo parlando di una sentenza di condanna) bisogna analizzare la vita e la personalità dell’imputato, la gravità del delitto per cui è stato condannato e spiegare (vi assicuro che è una cosa difficilissima) perché è giusto condannarlo a 20 anni di prigione e non 10 o 15.
Per un processo che abbia un imputato, un reato (ma un reato semplice, certo non una corruzione, un falso in bilancio, una frode fiscale, una bancarotta etc.), una parte offesa e due testimoni, in meno di due ore non ce la si fa; sicché, dopo un’udienza in cui sono stati trattati 4 processi e che è durata dalle 9 di mattina alle 14,30 del primo pomeriggio, il giudice si trova a dover scrivere le sentenze di almeno due processi (gli altri due le scriverà il suo collega di collegio). Mangia un panino, comincia a scrivere alle 15,30 e finisce alle 19,30. Poi si prepara i processi del giorno dopo.
Certe volte arriva il cataclisma o maxi processo che dir si voglia. 100, 200 imputati, 13 reati di associazione a delinquere, 28 (o 280) omicidi, centinaia di rapine ed estorsioni, centinaia di testimoni e di parti offese, decine, forse centinaia di avvocati. Si va avanti per un anno, forse due; udienze, 4, anche 5 volte alla settimana. Poi, finalmente, la sentenza: 170 imputati condannanti, 30 imputati assolti, pene varie: ergastoli, 20 anni, 15, 10. E poi si comincia a scrivere.
Moltiplichiamo per 100, 200 volte quello schema per scrivere la sentenza spiegato più sopra: quanto ci si mette a scriverla? 200, 500, 1000 ore? In giorni, 10, 100, 200? Sì ma, questo se il povero giudice che deve scrivere questo romanzo fiume fa solo questo; se, tre volte alla settimana, deve andare in udienza e il pomeriggio deve scrivere le sentenze dei processi che ha trattato la mattina, allora i tempi si moltiplicano. Di quanto è impossibile dire, dipende da quante domeniche il poveretto impegna nello scrivere la megasentenza; da quanta parte delle ferie utilizza, da quanti colleghi lo aiutano, naturalmente limando anche loro quanto possono dal lavoro ordinario.Negli Stati Uniti d’America, tutto ciò non sarebbe un problema. Lì la sentenza non esiste; nessuno spiega perché e per come. Qualcuno di voi lo sa perché Tyson è stato condannato per lo stupro di una ballerina che era andata in camera sua alle 2 di notte? In camera di Tyson, non del fidanzatino di Peynet. Certo che no, non lo sa nessuno: Tyson s’é beccato 6 anni per stupro dopo che il capo di una giuria si è alzato e ha detto: colpevole. Perché? Mah.
In Italia avremmo dovuto spiegare tante cose, cominciando dai motivi che la ballerina aveva avuto per andare da Tyson e finendo con il problema di un abuso sessuale consumato senza minacce e senza violenza. Non proprio una sentenza semplice. In Italia, insomma, la sentenza è un lavoro difficile e, soprattutto, lungo.In questi giorni tutti si indignano per via dei mafiosi di Bari (presunti, sia chiaro, sono stati condannati solo in primo grado) scarcerati perché, dopo un anno, il Giudice per le Indagini Preliminari non ha ancora depositato la sentenza.
La cosa funziona così: Tizio viene arrestato: se non è rinviato a giudizio entro X mesi (il termine varia in funzione dei reati), deve essere scarcerato. Se invece si fa a tempo a fargli il processo resta in prigione; poi però, se è condannato, il processo d’appello deve cominciare entro X mesi, altrimenti deve essere scarcerato. E, naturalmente, il processo d’appello non può cominciare se la sentenza di primo grado non è scritta e depositata. Insomma una corsa contro il tempo.
Il processo di Bari aveva 208 imputati. 161 imputati hanno scelto il rito abbreviato e dunque il Giudice dell’Udienza Preliminare ha dovuto fare tutto il processo, sentire i testi, ascoltare accuse e difese, repliche ed eccezioni. Tutto questo è durato un anno. Poi questo stesso Giudice ha rinviato a giudizio 32 imputati e scrivere la sentenza per i 161 giudicati in abbreviato. I reati contestati erano quattro associazioni a delinquere (una di stampo mafioso, tre al fine di spacciare droga) oltre ad una infinità di reati comuni. Il Giudice per le Indagini Preliminari che si è sobbarcato questo lavoro (è un Giudice monocratico, vuol dire che c’è solo lui a farlo) era una donna. Tutto quello che è stato fatto per aiutarla in questa opera micidiale è stato sollevarla parzialmente dal lavoro ordinario per 4 mesi; significa che ha incassato, dopo la fine del processo, solo il 50 % del lavoro ordinario, limitatamente però ai processi con detenuti; ciò perché i detenuti vanno processati in fretta e, ovviamente, lei non poteva farlo perché occupata a scrivere la sentenza. Per il resto, rimboccarsi le maniche e via.
Questo Giudice è noto per essere bravo e diligente; ma situazioni di questo genere ce ne sono a centinaia in tutta Italia. E dovunque i giudici si fanno in 4 per affrontarle.Adesso qui dobbiamo metterci d’accordo. Vogliamo un processo iper, super, mega garantito (il nostro processo penale lo è, anzi, come si dice, di più)? Allora dobbiamo rassegnarci a un processo che dura anni. Rifiutiamo di tenere in prigione gli imputati per i tempi lunghissimi che richiede il processo previsto dal nostro codice (visto che, fino alla sentenza definitiva, tutti sono innocenti e non sta bene tenere in prigione chi ancora non è stato condannato definitivamente)? Allora dobbiamo moltiplicare per …mah, 10, 15, chi lo sa?, i giudici che debbono scrivere le sentenze. E dove li pigliamo questi giudici, visto che ad ogni concorso non si coprono nemmeno i posti disponibili (la preparazione dei candidati è scarsa e il lavoro – come è ovvio – difficile)? E poi, ammesso che li troviamo, come li paghiamo queste migliaia di giudici?
La verità è che non abbiamo la possibilità di fare tutto questo. E quindi è ovvio, naturale, inevitabile che i mafiosi (presunti) di Bari e di tanti altri posti usciranno per decorrenza termini, non c’è niente da fare.
Insomma, questa virtuosa indignazione di chi sa bene che il sistema giudiziario italiano non può, proprio non può, fornire il prodotto che gli si chiede è davvero inaccettabile. Invece di creare continuamente capri espiatori (quelle povere bestie che venivano mandate a morire nel deserto lapidate da una folla demente che non sapeva nemmeno quale peccato gli veniva caricato sulla misera groppa), la nostra classe dirigente potrebbe una buona volta riconoscere che è arrivato il tempo di costruire un nuovo sistema giudiziario, efficiente e razionale. E se questo significherà la perdita dell’impunità per quella parte di essa che prospera nel malaffare, ebbene, che venga finalmente accettato.
Come era facilmente intuibile, mi sono ricreduto immediatamente sulle posizioni pregiudizievoli che avevo. Penso che, comprensibilmente, siano le stesse posizioni condivise da molti Italiani. Pertanto, chiederei a chiunque legga queste mie pagine di divulgare al massimo quanto di interessante mi permetto di inserire tra le mie insignificanti chiacchiere.
Saluti
Andrea
P.S.: Ah, dimenticavo… il blog.
Non avendo mai fatto mistero delle mie opinioni in merito a un personaggio che da ormai tre lustri imperversa sulla nostra scena politica, vi propongo la visione di un “documentario” a puntate, che Youtube mette gentilmente a disposizione, sull’ottimo Silvio Berlusconi.
La qualità non è sempre eccelsa e talvolta il cut tra due video successivi “amputa” qualche frase, ma va beh. Inoltre, non carico direttamente i video per non appesantire troppo la pagina.
Mi pare che i video siano ben fatti. Come sottolinea l’autore alla fine, ciò non vuole essere uno spot elettorale.
Ciò nonostante, mi rendo perfettamente conto che in un modo o nell’altro finisca per esserlo.
Tuttavia, non è sulle posizioni politiche che è centrata l’attenzione, bensì su un insieme di atteggiamenti tipici del “nostro”, che penso dovrebbero far indignare ogni persona con un cervello ED in buona fede (non basta una sola delle due condizioni…).
A voi, “Le avventure di Pinocchio“
- Puntata 01
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- Puntata 10
- Puntata 11
- Puntata 12
Buona visione!
Andrea
La scorsa domenica si è tenuta a Napoli la XIV Giornata della Memoria e dell’Impegno, in ricordo delle vittime delle mafie, e ieri sera Roberto Saviano è stato ospitato a “Che tempo che fa”.
Oltre a consigliarvi l’ascolto di quanto quest’ultimo ha detto, a questo link, riporto anche alcune parole di don Peppino Diana, ricordato in entrambe le occasioni succitate (fu ucciso il 19 marzo 1994 a Casal di Principe).
Si muore per un sì e per un no, si dà la vita per un ordine e una scelta di qualcuno, fate decenni di carcere per raggiungere un potere di morte, guadagnate montagne di danaro che investirete in case che non abiterete, in banche dove non entrerete mai, in ristoranti che non gestirete, in aziende che non dirigerete, comandate un potere di morte cercando di dominare una vita che consumate nascosti sotto terra, circondati da guardaspalle. Uccidete e venite uccisi in una partita di scacchi il cui re non siete voi ma coloro che da voi prendono ricchezza facendovi mangiare l’uno con l’altro fin quando nessuno potrà fare scacco e ci sarà solo una pedina sulla scacchiera. E non sarete voi. Quello che divorate qui lo sputate altrove, lontano, facendo come le uccelle che vomitano il cibo nella bocca dei loro pulcini. Ma non sono pulcini quelli che imbeccate ma avvoltoi e voi non siete uccelle ma bufali pronti a distruggersi in un luogo dove sangue e potere sono i termini della vittoria. È giunto il tempo che smettiamo di essere una Gomorra…»
Don Peppino Diana

Più che un sacerdote, o uno scout, quali pure è stato, un vero uomo.
Come tanti, del resto. Uno fra gli altri, Salvatore Nuvoletta.
Diffondiamo la memoria di queste ed altre persone, che non avrebbero sicuramente voluto essere definite “eroi”, se mai (semplicemente, ma non semplicisticamente) “uomini”.
Andrea
Sbigottito e sostanzialmente disgustato da ciò che accade in questi giorni, consiglio un paio di articoli, che riporto di seguito, tentando di consolarmi almeno con la stesura di un post chilometrico (per quanto non autografo, ovviamente!).
Eugenio Scalfari,
“Non poteva esserci scempio più atroce”Il caso Englaro appassiona molto la gente poiché pone a ciascuno di noi i problemi della vita e della morte in un modo nuovo, connesso all’evolversi delle tecnologie. Interpella la libertà di scelta di ogni persona e i modi di renderla esplicita ed esecutiva. Coinvolge i comportamenti privati e le strutture pubbliche in una società sempre più multiculturale. Quindi impone una normativa per quanto riguarda il futuro che garantisca la certezza di quella scelta e ne rispetti l’attuazione.
Ma il caso Englaro è stato derubricato l’altro ieri da simbolo di umana sofferenza e affettuosa pietà ad occasione politica utilizzabile e utilizzata da Silvio Berlusconi e dal governo da lui presieduto per raggiungere altri obiettivi che nulla hanno a che vedere con la pietà e con la sofferenza. Non ci poteva essere operazione più spregiudicata e più lucidamente perseguita.
Condotta in pubblico davanti alle televisioni in una conferenza stampa del premier circondato dai suoi ministri sotto gli occhi di milioni di spettatori.
Non stiamo ricostruendo una verità nascosta, un retroscena nebuloso, una opinabile interpretazione. Il capo del governo è stato chiarissimo e le sue parole non lasciano adito a dubbi. Ha detto che “al di là dell’obbligo morale di salvare una vita” egli sente “il dovere di governare con la stessa incisività e rapidità che è assicurata ai governanti degli altri paesi”.
Gli strumenti necessari per realizzare quest’obiettivo indispensabile sono “la decretazione d’urgenza e il voto di fiducia”; ma poiché l’attuale Costituzione semina di ostacoli l’uso sistematico di tali strumenti, lui “chiederà al popolo di cambiare la Costituzione”.
La crisi economica rende ancor più indispensabile questo cambiamento che dovrà avvenire quanto prima.
Non ci poteva essere una spiegazione più chiara di questa. Del resto non è la prima volta che Berlusconi manifesta la sua concezione della politica e indica le prossime tappe del suo personale percorso; finora si trattava però di ipotesi vagheggiate ma consegnate ad un futuro senza precise scadenze. Il caso Englaro gli ha offerto l’occasione che cercava.
Un’occasione perfetta per una politica che poggia sul populismo, sul carisma, sull’appello alle pulsioni elementari e all’emotività plebiscitaria.
Qui c’è la difesa di una vita, la commozione, il pianto delle suore, l’anatema dei vescovi e dei cardinali, i disabili portati in processione, le grida delle madri. Da una parte. E dall’altra i “volontari della morte”, i medici disumani che staccano il sondino, gli atei che applaudono, i giudici che si trincerano dietro gli articoli del codice e il presidente della Repubblica che rifiuta la propria firma per difendere quel pezzo di carta che si chiama Costituzione.
Quale migliore occasione di questa per dare la spallata all’odiato Stato di diritto e alla divisione dei poteri così inutilmente ingombrante? Non ha esitato davanti a nulla e non ha lesinato le parole il primo attore di questa messa in scena. Ha detto che Eluana era ancora talmente vitale che avrebbe potuto financo partorire se fosse stata inseminata. Ha detto che la famiglia potrebbe restituirla alle suore di Lecco se non vuole sottoporsi alle spese necessarie per tenerla in vita.
Ha detto che i suoi sentimenti di padre venivano prima degli articoli della Costituzione. E infine la frase più oscena: se Napolitano avesse rifiutato la firma al decreto Eluana sarebbe morta.
Eluana scelta dunque come grimaldello per scardinare le garanzie democratiche e radunare in una sola mano il potere esecutivo e quello legislativo mentre con l’altra si mette la museruola alla magistratura inquirente e a quella giudicante.
Questo è lo spettacolo andato in scena venerdì. Uno spettacolo che è soltanto il principio e che ci riporta ad antichi fantasmi che speravamo di non incontrare mai più sulla nostra strada.
Ci sono altri due obiettivi che l’uso spregiudicato del caso Englaro ha consentito a Berlusconi di realizzare.
Il primo consiste nella saldatura politica con la gerarchia vaticana; il secondo è d’aver relegato in secondo piano, almeno per qualche giorno, la crisi economica che si aggrava ogni giorno di più e alla quale il governo non è in grado di opporre alcuna valida strategia di contrasto.
Dopo tanto parlare di provvedimenti efficaci, il governo ha mobilitato 2 miliardi da aggiungere ai 5 di qualche settimana fa. In tutto mezzo punto di Pil, una cifra ridicola di fronte ad una recessione che sta falciando le imprese, l’occupazione, il reddito, mentre aumentano la pressione fiscale, il deficit e il debito pubblico. Di fronte ad un’economia sempre più ansimante, oscurare mediaticamente per qualche giorno l’attenzione del pubblico depistandola verso quanto accade dietro il portone della clinica “La Quiete” dà un po’ di respiro ad un governo che naviga a vista.
Quando crisi ingovernabili si verificano, i governi cercano di scaricare le tensioni sociali su nemici immaginari. In questo caso ce ne sono due: la Costituzione da abbattere, gli immigrati da colpire “con cattiveria”.
Il Vaticano si oppone a quella “cattiveria” ma ciò che realmente gli sta a cuore è mantenere ed estendere il suo controllo sui temi della vita e della morte riaffermando la superiorità della legge naturale e divina sulle leggi dello Stato con tutto ciò che ne consegue. Le parole della gerarchia, che non ha lesinato i complimenti al governo ed ha platealmente manifestato delusione e disapprovazione nei confronti del capo dello Stato ricordano più i rapporti di protettorato che quelli tra due entità sovrane e indipendenti nelle proprie sfere di competenza. Anche su questo terreno è in atto una controriforma che ci porterà lontani dall’Occidente multiculturale e democratico.
Nel suo articolo di ieri, che condivido fin nelle virgole, Ezio Mauro ravvisa tonalità bonapartiste nella visione politica del berlusconismo. Ha ragione, quelle somiglianze ci sono per quanto riguarda la pulsione dittatoriale, con le debite differenze tra i personaggi e il loro spessore storico.
Ci sono altre somiglianze più nostrane che saltano agli occhi. Mi viene in mente il discorso alla Camera di Benito Mussolini del 3 gennaio 1925, cui seguirono a breve distanza lo scioglimento dei partiti, l’instaurazione del partito unico, la sua identificazione con il governo e con lo Stato, il controllo diretto sulla stampa. Quel discorso segnò la fine della democrazia parlamentare, già molto deperita, la fine del liberalismo, la fine dello Stato di diritto e della separazione dei poteri costituzionali.
Nei primi due anni dopo la marcia su Roma, Mussolini aveva conservato una democrazia allo stato larvale. Nel novembre del ‘22, nel suo primo discorso da presidente del Consiglio, aveva esordito con la frase entrata poi nella storia parlamentare: “Avrei potuto fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli”.
Passarono due anni e non ci fu neppure bisogno del bivacco di manipoli: la Camera fu abolita e ritornò vent’anni dopo sulle rovine del fascismo e della guerra.
In quel passaggio del 3 gennaio ‘25 dalla democrazia agonizzante alla dittatura mussoliniana, gli intellettuali ebbero una funzione importante.
Alcuni (pochi) resistettero con intransigenza; altri (molti) si misero a disposizione.
Dapprima si attestarono su un attendismo apparentemente neutrale, ma nel breve volgere di qualche mese si intrupparono senza riserve.
Vedo preoccupanti analogie. E vedo titubanze e cautele a riconoscere le cose per quello che sono nella realtà. A me pare che sperare nel “rinsavimento” sia ormai un vano esercizio ed una svanita illusione. Sui problemi della sicurezza e della giustizia la divaricazione tra la maggioranza e le opposizioni è ormai incolmabile. Sulla riforma della Costituzione il territorio è stato bruciato l’altro ieri.
E tutto è sciaguratamente avvenuto sul “corpo ideologico” di Eluana Englaro. Non ci poteva essere uno scempio più atroce.
(La Repubblica, 8 febbraio 2009)
Barbara Spinelli,
“Il potere apparente della Chiesa”Solo in apparenza c’è contraddizione fra l’enorme caduta di autorità manifestatasi ai vertici della Chiesa in occasione della riabilitazione dei vescovi lefebvriani e il potere non meno grande che il Vaticano ha esercitato, e sta esercitando, sul caso Englaro e sullo scontro tra istituzioni in Italia. Nel lungo periodo il primo caso finirà forse col pesare di più: i libri di storia racconteranno nei prossimi secoli quel che è accaduto nella Santa Sede, quando un Pontefice volle metter fine a uno scisma, tolse la scomunica ai vescovi di Lefebvre, e mostrò di non sapere bene quello che faceva. Mostrò di ignorare quel che la setta sostiene, e quel che un suo rappresentante, il vescovo Williamson, afferma sul genocidio nazista degli ebrei: genocidio che il vescovo nega («gli uccisi non furono 6 milioni e non morirono in camere a gas») e che non giustificherebbe il senso di colpa della Germania.
Un papa tedesco inconsapevole di quel che Williamson divulga da anni fa specialmente impressione. I libri di storia racconteranno com’è avvenuto il ravvedimento, non appena il cancelliere Angela Merkel gli ha chiesto d’esser «più chiaro»: i giornali tedeschi, impietosi, descrivono il suo cedimento alla politica, la sua caduta nel peccato (è un titolo della Süddeutsche Zeitung), la fine di un’infallibilità che è dogma della Chiesa dal 1870, per volontà di Pio IX. Il rapporto con il caso Eluana c’è perché anche quando esercita poteri d’influenza sproporzionati, nei rapporti con lo Stato italiano, la Chiesa pare agire come per istinto, senza calcolare a fondo le conseguenze: interferisce nelle leggi del potere civile, sorvola su sentenze passate in giudicato, disturba gravemente lo scabro equilibrio fra Stato italiano e Vaticano. Difende l’idea che lo Stato debba essere etico, e che solo il Vaticano possa dire l’etica.
Dopo essersi rivelato impotente di fronte al mondo – impotente al punto di «piegarsi» sulla questione lefebvriana – è come se il Vaticano si prendesse una rivincita locale in Italia, esibendo una forza che tuttavia è più apparente che reale. È apparente perché le questioni morali poste dalla Chiesa sono usate dai politici per scopi a essa estranei. Nell’interferire, la Chiesa non mostra autorità né autentica forza di persuasione. Mostra di possedere quel che viene prima del potere di governo (prima di quello che nella Chiesa è chiamato donum regiminis, un carisma da coniugare col «dono della contemplazione»): esibisce pre-potenza. Proprio questo accadde nel 1870: il Papa stava perdendo il potere temporale, e per questo accampò l’infallibilità spirituale. La prepotenza ecclesiastica verso Eluana e verso chi dissente dalla riabilitazione dei vescovi sembra avere tratti comuni. Ambedue i gesti hanno radici nella superficialità, e in una sorta di volontaria, diffusa incoscienza. Riconciliandosi con la setta, non mettendo subito alcune condizioni irrinunciabili e accennando enigmaticamente a una «comunione non ancora piena», il Papa ha trascurato molte altre cose, sostenute nelle confraternite da decenni.
Gli scismatici non si limitavano a dire la messa in latino, volgendo le spalle ai fedeli. Si opponevano con veemenza alle aperture del Concilio Vaticano II, e soprattutto alla dichiarazione di Paolo VI sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane (Nostra Aetate, 1965). Totale resta la loro opposizione al dialogo con chi crede e pensa in modo diverso. Granitica la convinzione, contro cui insorge la dichiarazione di Paolo VI, che gli ebrei non convertiti siano gli uccisori di Cristo. Nostra Aetate non parla solo dell’ecumenismo cristiano. Parla di tutti i monoteismi (Ebraismo, Islam) e anche di religione indù e di buddismo. Apre a altri modi di credere, non ritenendo che la Chiesa romana sia unica depositaria della verità e della morale. Rispondendo a Alain Elkann, monsignor Tissier de Mallerais della confraternita San Pio X dice: «Noi non cambiamo le nostre posizioni ma abbiamo intenzione di convertire Roma, cioè di portare il Vaticano verso le nostre posizioni» (La Stampa, 1-2-09).L’atteggiamento che la Chiesa ha verso l’autonomia dello Stato di diritto in Italia non è molto diverso, nella sostanza, da alcune idee lefebvriane. Il diritto e la Costituzione tengono insieme, per vocazione, etiche e individui diversi. Il dubbio su questioni di vita e morte è in ciascuna persona, e proprio per questo si fa parlare la legge e si separa lo Stato dalle chiese. È quello che permette allo Stato di non essere Stato etico, dunque ideologico. Nell’ignorare la necessità di questi vincoli il Vaticano non si differenzia in fondo da Berlusconi, oscurando quel che invece li divide eticamente. L’interesse o la morale del principe contano per loro più della legge, della costituzione. Il particolare, sotto forma di spirito animale dell’imprenditore-re o di convinzione etica del sacerdote-guida, non si limita a chiedere un suo spazio d’espressione e obbedienza (com’è giusto), ma esige che lo Stato rinunci a fare la laica sintesi di opinioni contrarie. La laicità non è un credo antitetico alla Chiesa, ma un metodo di sintesi. Su questi temi sembra esserci affinità della Chiesa con Berlusconi e perfino con i lefebvriani, favorevoli da sempre al cattolicesimo religione di Stato. I vertici del Vaticano si sono rivelati in queste settimane assai deboli e assai forti al tempo stesso.
Deboli, perché per ben 14 giorni Benedetto XVI è apparso prima ignaro, poi male informato, infine – appena seppe quel che faceva – paralizzato. Il cardinale Lehman ha accennato a errori di management e comunicazione, ma c’è qualcosa di più. Aspettare l’intervento della Merkel è stato distruttivo di un’autorità. Nei libri di storia alcuni parleranno di clamoroso fallimento di leadership. Una leadership così scossa, è cosa triste recuperarla su Eluana. La Chiesa ha solo aiutato un capo politico (Berlusconi) a disfarsi con fastidio di leggi e vincoli. Non si capisce come questo aiuti la Chiesa. Condannando Napolitano, la Chiesa non sceglie la maestà della legge e la vera sovranità: dice solo che le leggi di uno Stato pesano poco, e invece di usare la politica ne è usata in maniera indecente. La questione Englaro non divide religiosi e non religiosi, fautori della vita e della morte. Divide chi rispetta la legge e chi no; chi auspica rapporti di rispetto fra due Stati e chi ritiene che lo Stato vaticano possa legiferare al posto dell’italiano.
Sono ministri del Vaticano che hanno attaccato Napolitano: dal cardinale Martino presidente del consiglio Pontificio Giustizia e Pace al cardinale Barragan, responsabile per la Sanità nello Stato della Chiesa. Il loro dovere istituzionale sarebbe stato quello di tacere, come laicamente ha deciso di fare, unico e solitario nella maggioranza, Gianfranco Fini Presidente della Camera. Come difendere la Chiesa, ora che non ha più potere temporale e che vacilla? La questione sembrava risolta: non lo è. Non si tratta di seguire l’opinione dominante: sarebbe autodistruttivo, proprio in questi giorni il Papa ne ha fatto l’esperienza. Si tratta di ascoltare il diverso, di documentarsi su quel che dicono i tribunali e la scienza, come rammenta Beppino Englaro. Sull’accanimento terapeutico e l’alimentazione-idratazione artificiale si possono avere opinioni diverse e si hanno comunque dubbi, per questo urge una legge sul testamento biologico: non discussa precipitosamente tuttavia. Non perché una maggioranza, adoperando il povero corpo vivo-morto di Eluana, accresca i suoi poteri. Non annunciando che «Eluana può generare figli» come dice, impudicamente, Berlusconi. Prima d’annunciare e sparlare occorre informarsi, studiare, capire. È il dono di governo e contemplazione che manca tragicamente sia in chi conduce la Chiesa, sia in chi governa la Repubblica.(La Stampa, 8 febbraio 2009)
E, da cattolico, mi capacito ancor meno delle posizioni delle gerarchie ecclesiastiche, condividendo il pensiero di Michele Serra, che inserisco:
“Dalla vicenda di Eluana Englaro, insieme a tanti altri pensieri gravi, emerge un paradosso che vi sottopongo così come l’ ho percepito: il terrore della morte traspare da atti e parole di alcuni credenti assai più che da atti e parole di spiriti laici come il signor Englaro. Per definire “vita” lo stato di conclamata inesistenza in cui è sprofondata Eluana, bisogna infatti avere della morte un terrore talmente ottenebrante da farle considerare preferibile qualunque condizione, anche la più umiliante, la meno libera e dignitosa. Poiché la morte, per un credente, dovrebbe essere solo un transito verso altre e meno effimere destinazioni, stupisce che la si neghi con tanta virulenza quanta ne basta per volere condannare Eluana alla sua non vita. Viceversa, sono i non credenti che dovrebbero avere, della morte, una visione esiziale e irrimediabile, e odiarla al punto da affezionarsi a ogni possibile simulacro della vita, anche al meno credibile, anche al meno “vivo”. Ma ciò non accade. E l’ accettazione della morte, che è il più difficile dei pensieri, si manifesta meglio, in questa vicenda, nel campo cosiddetto laico, nella pietosa e interminabile veglia di un padre che parla a nome di una sola persona (sua figlia) e non ha al fianco le moltitudini che confidano, beate loro, nell’ aldilà.”
(L’Amaca di Michele Serra, 5 febbraio 2009)
Sconfortato dalle manifestazioni pubbliche degli appartenenti ai vari “movimenti per la vita”,
irritato dall’ottusità degli inquilini dei sacri palazzi, che non perdono occasione per stare zitti,
allucinato da Berlusconi e dai suoi sgherri, che risvegliano in me pulsioni eversive mai sopite,
vi saluto…
Andrea
Per varie settimane mi sono ripetuto che sarebbe stato doveroso scrivere qualcosa sull’indecenza che è divenuta legge il 6 agosto 2008, la legge 133, manovra finanziaria che con nonchalance azzoppa l’università italiana.
Purtroppo il tempo non è mai abbondato, così sfrutto la pappa già pronta, preparata dai signori di Nature, che ci dedicano l’editoriale del numero 455 (16 ottobre 2008). Siccome il settimanale internazionale ha impact factor lievemente superiore a Novella2000, penso sia utile riportare quanto del decantato “made in Italy” fa a buon diritto il giro del mondo…
CUT-THROAT SAVINGS
In an attempt to boost its struggling economy, Italy’s government is focusing on easy, but unwise, targets.It is a dark and angry time for scientists in Italy, faced as they are with a government acting out its own peculiar cost-cutting philosophy. Last week, tens of thousands of researchers took to the streets to register their opposition to a proposed bill designed to control civil-service spending. If passed, as expected, the bill would dispose of nearly 2,000 temporary research staff, who are the backbone of the country’s grossly understaffed research institutions — and about half of whom had already been selected for permanent jobs.
Even as the scientists were marching, Silvio Berlusconi’s centre-right government, which took office in May, decreed that the budgets of both universities and research could be used as funds to shore up Italy’s banks and credit institutes. This is not the first time that Berlusconi has targeted universities. In August, he signed a decree that cut university budgets by 10% and allowed only one in five of any vacant academic positions to be filled. It also allowed universities to convert into private foundations to bring in additional income. Given the current climate, university rectors believe that the latter step will be used to justify further budget cuts, and that it will eventually compel them to drop courses that have little commercial value, such as the classics, or even basic sciences. As that bombshell hit at the beginning of the summer holidays, the implications have only just been fully recognized — too late, as the decree is now being transformed into law.
Meanwhile, the government’s minister for education, universities and research, Mariastella Gelmini, has remained silent on all issues related to her ministry except secondary schools, and has allowed major and destructive governmental decisions to be carried through without raising objection. She has refused to meet with scientists and academics to hear their concerns, or explain to them the policies that seem to require their sacrifice. And she has failed to delegate an undersecretary to handle these issues in her place.
Scientific organizations affected by the civil-service bill have instead been received by the bill’s designer, Renato Brunetta, minister of public administration and innovation. Brunetta maintains that little can be done to stop or change the bill — even though it is still being discussed in committees, and has yet to be voted on by both chambers. In a newspaper interview, Brunetta also likened researchers to capitani di ventura, or Renaissance mercenary adventurers, saying that to give them permanent jobs would be “a little like killing them”. This misrepresents an issue that researchers have explained to him — that any country’s scientific base requires a healthy ratio of permanent to temporary staff, with the latter (such as postdocs) circulating between solid, well equipped, permanent research labs. In Italy, scientists tried to tell Brunetta, this ratio has become very unhealthy.
The Berlusconi government may feel that draconian budget measures are necessary, but its attacks on Italy’s research base are unwise and short-sighted. The government has treated research as just another expense to be cut, when in fact it is better seen as an investment in building a twenty-first-century knowledge economy. Indeed, Italy has already embraced this concept by signing up to the European Union’s 2000 Lisbon agenda, in which member states pledged to raise their research and development (R&D) budgets to 3% of their gross domestic product. Italy, a G8 country, has one of the lowest R&D expenditures in that group — at barely 1.1%, less than half that of comparable countries such as France and Germany.
The government needs to consider more than short-term gains brought about through a system of decrees made easy by compliant ministers. If it wants to prepare a realistic future for Italy, as it should, it should not idly reference the distant past, but understand how research works in Europe in the present.
Ecco pure il pdf, direttamente dal sito ufficiale: nature_16ott08.
E, già lo so che non vedevate l’ora, qua c’è la legge 133: legge133_06ago08.
Prima di disperare, però, date anche un’occhiata a questa presentazione in ppt, preparata da un ottimo fisico teorico dell’Università di Torino: legge133_presentazione.
In chiusura, si sottolinea il capo III, art. 7 della legge 133… Speriamo bene (mi sembra ingenuo essere ottimisti, viste le ultime “sparate” dei nostri “onorevoli” all’UE)…
Andrea
Sia lode a Barbara Spinelli, che su La Stampa di domenica scorsa dà corpo e forma a pensieri che da tempo si agitavano nella mente del sottoscritto…
Il baratro di cui ha parlato Berlusconi, giovedì quando s’è rotto il negoziato Alitalia e la cordata Colaninno ha ritirato la propria offerta, è la condizione in cui ci si trova ogni qual volta la realtà si vendica sull’illusione, che più o meno lungamente aveva abbagliato e confuso le menti. Ogni disincanto genera baratri. La grande illusione esiste anche nel mondo della finanza ed è chiamata bolla: proprio in questi giorni, anch’essa sta scoppiando nelle mani di chi per decenni l’aveva dilatata, fino a scambiarla col reale. Il motore dell’illusione è la distorsione della realtà, ed è il motivo per cui si può parlare di bolla della menzogna per Alitalia e di bolla delle false credenze per la finanza. Come quando è fatta di sapone, la bolla ti avvolge con una membrana trasparente, che ti sconnette dal reale. Più enormi le illusioni, più durevole la bolla e più brutale lo scoppio. Per questo è importante esplorare il passato, anche se presente e futuro sono prioritari. L’anamnesi della bolla aiuta a capire il momento in cui l’illusione non solo cancella il principio di realtà, ma crea realtà affatto nuove che pesano ancora: una tentazione che non è di ieri ma di sempre, essendo le false credenze loro ingrediente essenziale.
La bolla Alitalia s’è palesata non solo alla fine del governo Prodi, ma anche quando ha preso corpo la cordata Colaninno. L’alternativa berlusconiana poteva riuscire, ma essendo nata come bolla aveva bisogno di menzogne e queste non sono state ininfluenti sul negoziato. Ogni volta che il premier parlava (l’ultima a Porta a Porta, il 15 settembre), le contro-verità per forza riaffioravano facendo riemergere il passato ineluttabilmente.
Le contro-verità sono almeno sei. Primo, non è vero che le promesse elettorali sono state mantenute: Berlusconi aveva garantito soluzioni migliori rispetto a Air France, e la Cai è certo un rimedio ma non migliore. Secondo, i costi erano ben più alti: sia per i licenziamenti; sia per il futuro mondiale della compagnia (l’italianità era garantita, non una compagnia competitiva nel mondo); sia per il prezzo pagato dai contribuenti. L’economista Carlo Scarpa ha calcolato, sul sito La Voce, che lo Stato – i contribuenti – devono pagare nel piano CAI 2,9 miliardi di euro. Terzo, non è vero che non ci sarebbero stati stipendi diminuiti ma solo aumenti di produttività, come detto dal premier: altrimenti il negoziato non si sarebbe bloccato su questo. Quarto, non è vero che Berlusconi non avrebbe impedito l’accordo Air France: il premier disse pubblicamente che l’avrebbe revocato, se vittorioso alle urne. Quinto, Air France non prevedeva 7000 licenziati ma 2150. Sesto, non è Berlusconi a poter lamentare l’uso politico spinto del caso Alitalia. Rammentare illusioni e contro-verità non è vano perché mostra la stoffa di cui son fatte le bolle: in economia, in politica, nell’individuo. La bolla infatti crea una realtà in cui si finisce per credere, e che diventa realtà: magari virtuale – un’ombra, un’ideologia – ma che incide sulla vita. Chi la dilata comincia a ignorare la membrana e influenza gli attori circostanti. Ogni metafora naturalmente ha difetti, anch’essa deve fare i conti con il reale. Ma l’euforia di illusioni e false credenze è il tessuto della bolla, e se è vero quello che dice Erasmo – la menzogna ha cento volte più presa sull’uomo della verità – la sua potenza non va sottovalutata. [...]
L’articolo proseguiva parlando di finanza, ma sono troppo ignorante in merito per avere la possibilità di capire di che si stesse parlando…
Certo che faceva proprio schifo entrare a far parte del gruppo AirFrance-KLM… già, noi siamo italiani, vorremo mica far comunella con quella gentaglia di francesi e olandesi, vorremo mica rischiare di fare la cosa giusta, ogni tanto… Tanto sull’altro piatto della bilancia stanno solo (altri) soldi pubblici e qualche migliaio di posti di lavoro…
Solo che ormai è troppo tardi, come sottolinea il Financial Times (nientepopodimeno). Purtroppo l’articolo non può essere consultato interamente, ma la conclusione (seppur tradotta) rimane significativa:
Sfortunatamente il tempo per l’Alitalia è scaduto molto tempo fa. L’ultimo utile d’esercizio risale al 1999. Perde 3 milioni di euro al giorno. E un mese fa aveva liquidità per soli 50 milioni, il che significa che i soldi stanno finendo adesso. Le autorità di controllo dei trasporti dicono che Alitalia potrebbe essere messa a terra presto. Questo è il problema di non avere un piano B e di aver congelato potenziali acquirenti esteri nel nome di un incauto patriottismo.
… non resta che ricordarci sempre “meno male che Silvio c’è“…
Andrea
Riporto la triste notizia data oggi al tg3.
Da domani, 23 settembre, l’uomo avrà esaurito le risorse prodotte dal pianeta per l’anno in corso.
In altre parole, le nostre attività sono eccessivamente dispendiose e non sostenibili.
Nel 1965 si consumava tanto quanto la Terra era (ed è) in grado di produrre.
Nel 2008 stiamo nei limiti solo fino all’equinozio d’autunno (neanche tre quarti dell’anno…).
Nel 2050, si calcola, la Terra necessiterà di due anni per rinnovare quanto l’uomo consumerà in uno solo.
A mio modestissimo parere (anche perché è solo una stima ad occhio, neanche tanto ragionata!), il 2050 (quando saremo 9 miliardi!) è una stima fin troppo ottimistica.
Mentre qualcuno si ostina a ignorare il problema, se non a parole quanto meno di fatto, qualcun’altro (leggi Vincenzo Balzani) persevera nel citare un proverbio saudita:
Mio padre cavalcava un cammello.
Io guido un auto.
Mio figlio pilota un aereo a reazione.
Suo figlio cavalcherà un cammello.
Mala tempora currunt…
Andrea
Questa sera sono tortuosamente capitato su un altro blog, scritto da un fisico italiano che lavora al CERN.
Guarda caso, anche lui ha deciso di condividere col mondo qualche cosina su cosa si combini con gli acceleratori di particelle.
Siccome i suoi articoli sono scritti meglio del mio e, soprattutto, con molta maggior cognizione di causa, vi rimando in particolare a una pagina in cui si parla in particolar modo del bosone di Higgs.
Inoltre, mi scuso per le imprecisioni sparse per il mio articolo dell’altro giorno!
‘notte…
Andrea
