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Articolo di oggi.

Lirio Abbate, “Minacce della mafia a Berlusconi:
giallo su una lettera dell’89″

I boss mafiosi nei primi anni Novanta minacciavano Silvio Berlusconi e i suoi familiari perchè volevano avere «a disposizione» una della sue reti televisive. La richiesta sarebbe stata fatta all’allora imprenditore della Fininvest, ancora lontano dalla politica, attraverso una lettera che sarebbe stata scritta dai «corleonesi». Questa missiva, vergata a mano, è adesso agli atti dei pm della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, ed è stata sequestrata insieme alle carte personali di Vito Ciancimino, l’ex sindaco mafioso della città, amico fidato di Bernardo Provenzano, e referente politico dei corleonesi di Totò Riina. I documenti erano nascosti in un magazzino a Palermo. La lettera è stata sequestrata dai carabinieri nel febbraio 2005 durante la prima perquisizione a cui è stato sottoposto il figlio di Vito Ciancimino, Massimo, condannato a cinque anni e otto mesi per riciclaggio. E dal verbale redatto dai militari dell’Arma, a firma del capitano Angeli, si legge: «Parte di foglio A4 manoscritto, contenente richieste all’On. Berlusconi per mettere a disposizione una delle sue reti televisive». Il pezzo di carta è strappato nella parte iniziale, il testo è incompleto, e ciò che si legge è un «invito» a Berlusconi affinchè accolga le richieste che gli sono state fatte, «altrimenti dovrà essere compiuto il luttuoso evento».

Sullo scenario giudiziario che si apre, prendendo spunto dal documento fino adesso inedito, i magistrati della Dda, Antonio Ingroia e Nino Di Matteo, hanno avviato un’inchiesta riservatissima. Sono stati fatti interrogatori e altre persone devono essere convocate. E’ stato sentito anche Massimo Ciancimino, che da quasi un anno collabora con diverse procure, rendendo dichiarazioni ai pm sull’economia mafiosa e intrecci con la politica. E proprio a Ciancimino i pm hanno mostrato questa lettera durante un interrogatorio. Il dichiarante sarebbe rimasto sorpreso nel vedere nelle mani dei magistrati quel documento – di cui gli avrebbe parlato il padre – che pensava fosse stato smarrito fra le tante perquisizioni subìte, o nei traslochi che ha effettuato. E invece era lì. Fra le carte processuali – ancora a disposizione della procura – che fanno parte del processo in cui è stato condannato per riciclaggio. Su questo procedimento è in corso l’appello, e dunque la procura ha inviato alla Corte una copia del documento.

Intanto i pm hanno già disposto accertamenti, uno dei quali ha verificato che la missiva sarebbe stata scritta intorno al 1991. Una perizia calligrafia avrebbe escluso che sia la scrittura di Vito o Massimo Ciancimino, e gli inquirenti vogliono far esaminare la grafia di alcuni uomini di fiducia di Riina. Dalle ipotesi investigative emergerebbe che il messaggio è stato scritto dai corleonesi (la grafia è facilmente leggibile e non presenta errori di grammatica), che sarebbe stato girato a Provenzano, per poi passarlo al suo amico Vito Ciancimino. Quest’ultimo avrebbe avuto il compito di comunicare a «un referente» il messaggio per Berlusconi. A questa vicenda gli inquirenti potrebbero collegare una telefonata intercettata il 17 febbraio 1988 fra Berlusconi e Renato della Valle, immobiliarista milanese amico del premier. Lo scenario in quel periodo era quello dei rapporti difficili tra Cosa nostra ed alcuni soggetti del Psi con i quali era intervenuto l’accordo elettorale del 1987, di cui ha parlato il pentito Nino Giuffrè.

Nella telefonata a Della Valle, Berlusconi confida che: «C’ho tanti casini in giro, a destra, a sinistra. Ce n’ho uno abbastanza grosso, per cui devo mandar via i miei figli, che stan partendo adesso per l’estero, perchè mi han fatto estorsioni… in maniera brutta». Berlusconi spiega che si tratta di «una cosa che mi è capitata altre volte, dieci anni fa, e… sono ritornati fuori». Poi aggiunge: «Sai, siccome mi hanno detto che, se entro una certa data, non faccio una roba, mi consegnano la testa di mio figlio a me e espongono il corpo in piazza del Duomo…». La lettera trovata fra le carte di Vito Ciancimino potrebbe dunque essere collegata a questa intercettazione in cui Berlusconi denuncia di aver ricevuto pesanti minacce, che riguardavano i suoi figli. In quel periodo, erano gli anni Ottanta, come dieci anni prima, Cosa nostra aveva aumentato la posta, e lo aveva fatto nell’unico modo in cui era in grado di fare, con la violenza.

(La Stampa, 3 luglio 2009)

Tralasciando il fatto che il ricatto comprendente minacce di morte ai figli (con tanto di pubblica esposizione in piazza!) venga semplicemente classificato dall’ineffabile Berlusca con la dicitura “casino abbastanza grosso”, colpisce in particolare una delle norme approvate ieri dal Senato nell’ambito del ddl sulla sicurezza, da Berlusconi “fortemente voluta”.

Precisamente, quella che prevede l’interdizione dalle gare d’appalto per gli imprenditori che non denuncino le richieste di pizzo.

Come come? Lui che non si è manco curato di denunciare la lettera minatoria pervenutagli nel 1989 (tant’è vero che è stata fortuitamente ritrovata, in parte, tra il materiale sequestrato in casa Ciancimino nel corso di una perquisizione) si permette ora di sanzionare chi subisce estorsioni? Lui che dichiarò ai carabinieri che se Mangano gli avesse chiesto direttamente 30 milioni, invece di mettergli una bomba al cancello di Arcore (bomba che in realtà fu messa dai Santapaola), lui glieli avrebbe pure dati, ora stigmatizza con sittanta veemenza la volontà di qualche imprenditore di quelli suddetti di non vedere i propri cantieri bruciati in circostanze misteriose, se non peggio? Mah…

Andrea

No, non è un gruppo di Facebook. Bruno Tinti
Mi riferivo a coloro che si scandalizzarono al sentire dei (presunti) mafiosi di Bari scarcerati recentemente, in quanto il giudice non aveva depositato la sentenza nei tempi previsti. Me compreso.

Una volta di più, ho ricevuto la conferma che parlare perché si ha la lingua in bocca non è mai una buona idea, e sempre più spesso è necessaria una cultura notevole, per potersi dire informati sui fatti del nostro quotidiano.

Riporto quanto scritto da Bruno Tinti, Procuratore aggiunto presso la Procura di Torino, nella rubrica che cura sul blog della casa editrice “Chiarelettere”. L’ho trovato brillante e illuminante.

Ai tempi del Re Sole

Ai tempi del Re Sole, quando si voleva mandare una persona in prigione, si chiedeva al competente funzionario (che, a seconda del rango della persona da imprigionare, poteva essere un magistrato, un ministro o anche lo stesso Re Luigi) un provvedimento chiamato “lettre de cachet”. Si trattava di un foglio, nemmeno tanto elegante, sul quale c’era scritto che Modestino Sfortunato o il Duca de La Disgrazia dovevano essere portati in prigione e lì rimanere fino a nuovo ordine. Conti, duchi e principi finivano così alla Bastiglia o in altri sperduti castelli del regno e lì restavano per mesi, anni e qualche volta tutta la vita. I poveracci, poi, nessuno sapeva nemmeno dove finivano. Semplice ed efficace come sistema.

Poi le cose sono cambiate e adesso, per mandare una persona in prigione, bisogna che un Pubblico Ministero chieda a un Giudice per le Indagini Preliminari di arrestarla. Naturalmente il problema non è solo mandarcela in prigione, questa persona, bisogna anche tenercela; e un Tribunale (o un Giudice dell’Udienza Preliminare, è uno dei vari complicati sistemi del nostro dissennato ordinamento processale) le deve fare un processo, la deve dichiarare colpevole e deve emettere una sentenza di condanna a un certo numero di anni di galera. Poi questa sentenza deve essere confermata da una Corte d’Appello e dalla Corte di Cassazione. Totale: da 10 a 13 giudici impegnati a lavorare sul caso.

Già detta così, si capisce che, al giorno d’oggi, mandare qualcuno in prigione, e soprattutto tenercelo, è un po’ più complicato di quanto non lo fosse ai tempi del Re Sole.
In realtà è molto più complicato; perchè a quei tempi chi firmava la “lettre de cachet” non spiegava affatto perché il malcapitato doveva andare alla Bastiglia; c’era solo l’ordine di portarcelo ma il perché non lo sapeva nessuno.

Oggi, naturalmente, bisogna spiegare bene perché un cittadino deve essere arrestato; perché è colpevole dei reati che gli sono attribuiti; perchè è giusto che la pena sia di anni 20 e non di anni 10; perché i giudici di primo grado hanno avuto ragione a condannarlo e a dargli 20 anni; perché i giudici di appello hanno avuto ragione quando hanno confermato la sentenza del Tribunale. Insomma, oggi le decisioni dei giudici debbono essere motivate.

Questa cosa della motivazione pare sottovalutata da tutti. Quando si parla di giustizia, e in particolare di giustizia penale, sembra che i problemi riguardino solo l’indagine del PM, il processo, l’udienza, le notifiche, le intercettazioni, i sequestri, le perquisizioni, i rapporti con gli avvocati e via dicendo. Nessuno che si chieda: ma, dopo che il giudice ha letto in aula un foglietto su cui c’è scritto che Fiero Farabutto è stato condannato a 20 anni di reclusione, che succede? Finisce tutto lì?

Eh no che non finisce lì, poi bisogna spiegarlo perché si è presa questa decisione; bisogna scrivere la sentenza. Questo fanno i giudici tutti i giorni della loro misera vita: scrivono sentenze.
Come ho detto non ci pensa nessuno a questa cosa: Brunetta vuole i tornelli per costringere i magistrati a stare in ufficio e fare più udienze e anche più lunghe: non debbono smettere alle 14,30, avanti ad oltranza. I cittadini, opportunamente ammaestrati, ce l’hanno con questi giudici fannulloni che smettono di lavorare alle due del pomeriggio e poi se ne vanno a casa; e hanno anche un sacco di ferie.

In verità l’immagine del processo penale che hanno gli incompetenti (nel senso di persone che hanno competenze diverse da quelle giudiziarie) è quella trasmessa da film e libri: la giuria entra in aula e dichiara l’imputato colpevole: il giudice gli dice che dovrà scontare 20 anni; e poi tutti a casa, meno l’imputato che va direttamente in prigione. Chiasso finito. Solo che questa cosa succede davvero nei film, nei libri e negli Stati Uniti d’America, dove giudici e giuria non emettono sentenze, emettono verdetti: appunto una dichiarazione di colpevolezza non motivata. In Italia questo non è possibile: la decisione (il verdetto) va motivato; bisogna spiegare. E’ a questo che serve la sentenza.

Il fatto è che spiegare è una cosa complicata: è come scrivere un libro. Bisogna raccontare tutto quello che è successo, poi bisogna esporre tutto quello che hanno detto i protagonisti (gli imputati, le parti offese, i testimoni, la polizia, i periti); poi bisogna spiegare perché quello che hanno detto alcuni è ritenuto attendibile e veritiero mentre quello che hanno detto altri sembra falso; poi bisogna analizzare le argomentazione degli avvocati difensori, se è necessario (lo è quasi sempre) bisogna confutarle: “non può accogliersi la tesi del difensore dell’imputato, smentita com’è dalle dichiarazioni di Tizio, confermate da quelle di Caio e dai documenti che sono conservati nel faldone numero 37, al fascicolo numero 151, pagine da 23 a 31 e da 147 a 148”. Poi (stiamo parlando di una sentenza di condanna) bisogna analizzare la vita e la personalità dell’imputato, la gravità del delitto per cui è stato condannato e spiegare (vi assicuro che è una cosa difficilissima) perché è giusto condannarlo a 20 anni di prigione e non 10 o 15.

Per un processo che abbia un imputato, un reato (ma un reato semplice, certo non una corruzione, un falso in bilancio, una frode fiscale, una bancarotta etc.), una parte offesa e due testimoni, in meno di due ore non ce la si fa; sicché, dopo un’udienza in cui sono stati trattati 4 processi e che è durata dalle 9 di mattina alle 14,30 del primo pomeriggio, il giudice si trova a dover scrivere le sentenze di almeno due processi (gli altri due le scriverà il suo collega di collegio). Mangia un panino, comincia a scrivere alle 15,30 e finisce alle 19,30. Poi si prepara i processi del giorno dopo.

Certe volte arriva il cataclisma o maxi processo che dir si voglia. 100, 200 imputati, 13 reati di associazione a delinquere, 28 (o 280) omicidi, centinaia di rapine ed estorsioni, centinaia di testimoni e di parti offese, decine, forse centinaia di avvocati. Si va avanti per un anno, forse due; udienze, 4, anche 5 volte alla settimana. Poi, finalmente, la sentenza: 170 imputati condannanti, 30  imputati assolti, pene varie: ergastoli, 20 anni, 15, 10.  E poi si comincia a scrivere.
Moltiplichiamo per 100, 200 volte quello schema per scrivere la sentenza spiegato più sopra: quanto ci si mette a scriverla? 200, 500, 1000 ore? In giorni, 10, 100, 200? Sì ma, questo se il povero giudice che deve scrivere questo romanzo fiume fa solo questo; se, tre volte alla settimana, deve andare in udienza e il pomeriggio deve scrivere le sentenze dei processi che ha trattato la mattina, allora i tempi si moltiplicano. Di quanto è impossibile dire, dipende da quante domeniche il poveretto impegna nello scrivere la megasentenza; da quanta parte delle ferie utilizza, da quanti colleghi lo aiutano, naturalmente limando anche loro quanto possono dal lavoro ordinario.

Negli Stati Uniti d’America, tutto ciò non sarebbe un problema. Lì la sentenza non esiste; nessuno spiega perché e per come. Qualcuno di voi lo sa perché Tyson è stato condannato per lo stupro di una ballerina che era andata in camera sua alle 2 di notte? In camera di Tyson, non del fidanzatino di Peynet. Certo che no, non lo sa nessuno: Tyson s’é beccato 6 anni per stupro dopo che il capo di una giuria si è alzato e ha detto: colpevole. Perché? Mah.
In Italia avremmo dovuto spiegare tante cose, cominciando dai motivi che la ballerina aveva avuto per andare da Tyson e finendo con il problema di un abuso sessuale consumato senza minacce e senza violenza. Non proprio una sentenza semplice. In Italia, insomma, la sentenza è un lavoro difficile e, soprattutto, lungo.

In questi giorni tutti si indignano per via dei mafiosi di Bari (presunti, sia chiaro, sono stati condannati solo in primo grado) scarcerati perché, dopo un anno, il Giudice per le Indagini Preliminari non ha ancora depositato la sentenza.

La cosa funziona così: Tizio viene arrestato: se non è rinviato a giudizio entro X mesi (il termine varia in funzione dei reati), deve essere scarcerato. Se invece si fa a tempo a fargli il processo resta in prigione; poi però, se è condannato, il processo d’appello deve cominciare entro X mesi, altrimenti deve essere scarcerato. E, naturalmente, il processo d’appello non può cominciare se la sentenza di primo grado non è scritta e depositata. Insomma una corsa contro il tempo.

Il processo di Bari aveva 208 imputati. 161 imputati hanno scelto il rito abbreviato e dunque il Giudice dell’Udienza Preliminare ha dovuto fare tutto il processo, sentire i testi, ascoltare accuse e difese, repliche ed eccezioni. Tutto questo è durato un anno. Poi questo stesso Giudice ha rinviato a giudizio 32 imputati e scrivere la sentenza per i 161 giudicati in abbreviato. I reati contestati erano quattro associazioni a delinquere (una di stampo mafioso, tre al fine di spacciare droga) oltre ad una infinità di reati comuni. Il Giudice per le Indagini Preliminari che si è sobbarcato questo lavoro (è un Giudice monocratico, vuol dire che c’è solo lui a farlo) era una donna. Tutto quello che è stato fatto per aiutarla in questa opera micidiale è stato sollevarla parzialmente dal lavoro ordinario per 4 mesi; significa che ha incassato, dopo la fine del processo, solo il 50 % del lavoro ordinario, limitatamente però ai processi con detenuti; ciò perché i detenuti vanno processati in fretta e, ovviamente, lei non poteva farlo perché occupata a scrivere la sentenza. Per il resto, rimboccarsi le maniche e via.
Questo Giudice è noto per essere bravo e diligente; ma situazioni di questo genere ce ne sono a centinaia in tutta Italia. E dovunque i giudici si fanno in 4 per affrontarle.

Adesso qui dobbiamo metterci d’accordo. Vogliamo un processo iper, super, mega garantito (il nostro processo penale lo è, anzi, come si dice, di più)? Allora dobbiamo rassegnarci a un processo che dura anni. Rifiutiamo di tenere in prigione gli imputati per i tempi lunghissimi che richiede il processo previsto dal nostro codice (visto che, fino alla sentenza definitiva, tutti sono innocenti e non sta bene tenere in prigione chi ancora non è stato condannato definitivamente)? Allora dobbiamo moltiplicare per …mah, 10, 15, chi lo sa?, i giudici che debbono scrivere le sentenze. E dove li pigliamo questi giudici, visto che ad ogni concorso non si coprono nemmeno i posti disponibili (la preparazione dei candidati è scarsa e il lavoro – come è ovvio – difficile)? E poi, ammesso che li troviamo, come li paghiamo queste migliaia di giudici?

La verità è che non abbiamo la possibilità di fare tutto questo. E quindi è ovvio, naturale, inevitabile che i mafiosi (presunti) di Bari e di tanti altri posti usciranno per decorrenza termini, non c’è niente da fare.

Insomma, questa virtuosa indignazione di chi sa bene che il sistema giudiziario italiano non può, proprio non può, fornire il prodotto che gli si chiede è davvero inaccettabile. Invece di creare continuamente capri espiatori (quelle povere bestie che venivano mandate a morire nel deserto lapidate da una folla demente che non sapeva nemmeno quale peccato gli veniva caricato sulla misera groppa), la nostra classe dirigente potrebbe una buona volta riconoscere che è arrivato il tempo di costruire un nuovo sistema giudiziario, efficiente e razionale. E se questo significherà la perdita dell’impunità per quella parte di essa che prospera nel malaffare, ebbene, che venga finalmente accettato.

Come era facilmente intuibile, mi sono ricreduto immediatamente sulle posizioni pregiudizievoli che avevo. Penso che, comprensibilmente, siano le stesse posizioni condivise da molti Italiani. Pertanto, chiederei a chiunque legga queste mie pagine di divulgare al massimo quanto di interessante mi permetto di inserire tra le mie insignificanti chiacchiere.

Saluti
Andrea

P.S.: Ah, dimenticavo… il blog.

Non avendo mai fatto mistero delle mie opinioni in merito a un personaggio che da ormai tre lustri imperversa sulla nostra scena politica, vi propongo la visione di un “documentario” a puntate, che Youtube mette gentilmente a disposizione, sull’ottimo Silvio Berlusconi.
La qualità non è sempre eccelsa e talvolta il cut tra due video successivi “amputa” qualche frase, ma va beh. Inoltre, non carico direttamente i video per non appesantire troppo la pagina.

Mi pare che i video siano ben fatti. Come sottolinea l’autore alla fine, ciò non vuole essere uno spot elettorale.
Ciò nonostante, mi rendo perfettamente conto che in un modo o nell’altro finisca per esserlo.
Tuttavia, non è sulle posizioni politiche che è centrata l’attenzione, bensì su un insieme di atteggiamenti tipici del “nostro”, che penso dovrebbero far indignare ogni persona con un cervello ED in buona fede (non basta una sola delle due condizioni…).

A voi, “Le avventure di Pinocchiovignetta-berlusconi

Buona visione!

Andrea

La scorsa domenica si è tenuta a Napoli la XIV Giornata della Memoria e dell’Impegno, in ricordo delle vittime delle mafie, e ieri sera Roberto Saviano è stato ospitato a “Che tempo che fa”.

Oltre a consigliarvi l’ascolto di quanto quest’ultimo ha detto, a questo link, riporto anche alcune parole di don Peppino Diana, ricordato in entrambe le occasioni succitate (fu ucciso il 19 marzo 1994 a Casal di Principe).

Si muore per un sì e per un no, si dà la vita per un ordine e una scelta di qualcuno, fate decenni di carcere per raggiungere un potere di morte, guadagnate montagne di danaro che investirete in case che non abiterete, in banche dove non entrerete mai, in ristoranti che non gestirete, in aziende che non dirigerete, comandate un potere di morte cercando di dominare una vita che consumate nascosti sotto terra, circondati da guardaspalle. Uccidete e venite uccisi in una partita di scacchi il cui re non siete voi ma coloro che da voi prendono ricchezza facendovi mangiare l’uno con l’altro fin quando nessuno potrà fare scacco e ci sarà solo una pedina sulla scacchiera. E non sarete voi. Quello che divorate qui lo sputate altrove, lontano, facendo come le uccelle che vomitano il cibo nella bocca dei loro pulcini. Ma non sono pulcini quelli che imbeccate ma avvoltoi e voi non siete uccelle ma bufali pronti a distruggersi in un luogo dove sangue e potere sono i termini della vittoria. È giunto il tempo che smettiamo di essere una Gomorra…»

Don Peppino Diana

peppinodiana

Più che un sacerdote, o uno scout, quali pure è stato, un vero uomo.
Come tanti, del resto. Uno fra gli altri, Salvatore Nuvoletta.

Diffondiamo la memoria di queste ed altre persone, che non avrebbero sicuramente voluto essere definite “eroi”, se mai (semplicemente, ma non semplicisticamente) “uomini”.

Andrea

Dieci anni fa, l’11 gennaio 1999, se n’è andato Fabrizio De André.

Per non cadere in luoghi comuni, evito di scrivere alcunché: basti il ricordo della sua musica e delle sue idee a spronarci a essere migliori…

fda

Cavolo, non scrivo più nulla da tre settimane circa… si vede forse che sono ricominciati i corsi all’università?!

Beh, si dà il caso che abbia trovato una pagina di wordpress, in giro per la rete…
Come si può vedere, tale pagina utilizza il mio stesso tema (uso la parola “tema”, forse impropriamente, per definire lo stile del blog, con tanto di immaginetta nell’header).
Ciò che è però ben più notevole e degno di nota è il proprietario di quel blog… nientepopodimeno che Terence Tao.

Questi è un matematico australiano, nato ad Adelaide nel 1975.
Bambino prodigio (questa volta davvero!), a 9 anni seguiva corsi di livello universitario.
Dai 10 anni partecipa alle edizioni ‘86, ‘87, ‘88 delle IMO, vincendo rispettivamente un bronzo, un argento e un oro (è tuttora il più giovane vincitore di un oro in tale competizione).
A 20 anni consegue il Ph.D., equivalente al titolo di dottorato italiano.
A 24 diviene il più giovane “full professor” nella storia dell’UCLA (University of California Los Angeles).

Nel 2006 viene premiato con la Medaglia Fields per i suoi contributi nel campo delle equazioni alle derivate parziali (PDEs), della combinatoria, dell’analisi armonica e della teoria dei numeri additiva. Per saperne di più, anche sugli altri tre vincitori del premio (tra cui lo stravagante russo Grigori Perelman), leggete il documento ufficiale: FieldsMedals2006.

In conclusione, il più noto risultato del nostro Terence, ottenuto in collaborazione con Ben Green, sui numeri primi, straordinario se non altro per l’eccezionale semplicità dell’enunciato.

Teorema (Green-Tao): La successione dei numeri primi contiene progressioni aritmetiche arbitrariamente lunghe. Equivalentemente, per ogni intero positivo k esiste una progressione aritmetica di numeri primi, avente lunghezza k.

Si noti che il teorema dimostra l’esistenza di tali progressioni, non dice affatto come costruirle: il problema è tutt’altro che banale, tant’è che ad oggi non sono note progressioni di primi con più di 25 termini (e quest’ultima parte dal simpatico 6171054912832631)!

Per rispetto dovrei quanto meno cambiare stile al mio blog, ma, non volendolo fare, mi limito a porgere i miei ossequi al signor Tao, se mai avrà occasione di leggere questo sproloquio… tanto di cappello!

Andrea

Probabilmente non sarò mai in grado di capire appieno che cosa significhi essere irrimediabilmente attratti da una vetta, cosa spinga a rischiare la vita solo per spingere il proprio limite un po’ più in là.
E tuttavia non posso che provare un profondo senso di ammirazione per chi sceglie di mettersi alla prova a 8000 m di quota, con umiltà, ma senza mezze misure.

Grazie, Karl, per la tua testimonianza…

Das Faszinierende an den Bergabenteuern
ist der Aufbruch ins Ungewisse.
Man weiß nie, was kommt.

Commossi saluti
Andrea